mercoledì 23 settembre 2009

dalla potenza all'atto


«Ma disegnare con la fantasia, lontano dalla tela, era tutt'altra cosa che prendere in mano il pennello e tracciare il primo segno. In preda all'agitazione per la presenza di Ramsay, aveva impugnato il pennello sbagliato, e il cavalletto - piantato per terra con tanto nervosismo - era tutto storto. E ora che l'aveva raddrizzato e aveva così eliminato distrazioni irrilevanti e marginali, che le ricordavano chi era, con chi aveva rapporti, alzò la mano, sollevò il pennello. Per un attimo esso rimase sospeso in aria, tremante, in un'estasi dolorosa ma stimolante. Da dove cominciare? - era questo il problema: in che punto tracciare il primo segno? Tracciare una linea sulla tela significava impegnarsi a correre rischi innumerevoli, a prendere decisioni frequenti e innumerevoli. Quel ch'era parso così semplice in teoria divenne subito complesso in pratica; così come le onde appaiono di forma simmetrica dalla sommità degli scogli, ma divise da profondi vortici e da creste schiumose al nuotatore che vi sta in mezzo. Eppure, era necessario correre quel rischio: tracciare quel segno.»

(Virginia Woolf, To the lighthouse)
 

 
Una volta una mia amica o pseudo tale disse che ciò che non è vissuto in realtà non esiste..lo so che forse non è la prima volta che faccio questo discorso...è che non riesco mai a trovare una posizione chiara al riguardo..Cioè..in questo modo si rischia di annullare secoli e secoli di pensiero filosofico...e quindi il pensiero esiste? E se non è vissuto che senso ha?
Ma senza addentrarci in una discussione che sarebbe oltremodo ostica, credo che l'esempio di cui parla Virginia abbia a che fare più che altro con la realizzazione..con la trasformazione del pensiero in atto concreto..che è doveroso per metterci alla prova..perchè l'atto è sempre qualcosa di diverso da come l'avevi pensato, immaginato...
Ecco..un consiglio che do a me stessa e che cercherò di applicare il più possibile...

 

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