Visualizzazione post con etichetta fabrizio coppola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fabrizio coppola. Mostra tutti i post

domenica 1 agosto 2010

stanchi di essere stanchi di milano

 

Stralci dell'intervista a Fabrizio Coppola sulla Repubblica di venerdì. Io e Fabrizio viviamo nello stesso quartiere, nella zona di piazzale Loreto, continuamente bistrattato a causa della presenza di molti immigrati stranieri (le vicende di viale Padova sono sicuramente note a tutti)... invece devo dire che non ho mai trovato una tale umanità come tra chi vive nella mia zona, e nonostante quanto vogliono farci credere ci sto proprio bene. I supermercati etnici sono aperti fino a tardi, al Tempio d'Oro c'è un sacco di bella gente e un aperitivo favoloso (e almeno non ti danno da mangiare gli avanzi della sera prima), i ragazzi della casa occupata organizzano sempre qualcosa il venerdì sera nella piazzetta davanti a casa, e poi c'è la Ligera, un'enoteca anni 70 dove si presentano libri e suonano gruppi, e dove i Calibro 35 hanno girato il video di Tutta Donna, con la partecipazione di Georgeanne Kalweit e la complicità del proprietario del locale, che compare anche nel filmato. Ma per scoprire meglio il quartiere, dovete girare le sue vie a piedi, addentrarvi nel parco Trotter, nei negozietti (storico il Metropolis che riesce ancora a sopravvivere vendendo dischi), la bocciofila, e soprattutto parlare con la gente. Qui si sta trasferendo tutta una Milano creativa che non sopporta più lo scempio che hanno fatto di questa città (la forma di Milano è come una grande torta - diceva Paolo Rossi - e questo la dice lunga sulla sorte che spesso ha avuto), che ha voglia di reagire, di essere parte attiva in un nuovo processo di rinascita, che non sia basato solo sul profitto, ma sulla creazione di opportunità, anche e soprattutto per chi non si fa portavoce della cultura dominante.


La mia citta' ci insegna a vivere
da pipistrelli chiusi in scatole
La liberta' sentirti sola con chi vuoi
meglio di cio' che sei, meno di quel che puoi (vuoi?)

la mia citta'
la mia citta'
la mia citta'
la mia citta'

Sindaco no temo siano guai
di urbanita' bilanciocentrica
chi affrontera' i maglioncini degli insorti
blog rum e cocaina per battere il sistema
chi salvera'

la mia citta'
la mia citta'
la mia citta'

la mia citta'
la mia citta'
la mia citta'


(Afterhours, Tema: La mia città)

 

martedì 27 aprile 2010

non mi uccise la morte

 

Una storia che Moretti e Bruno trasferiscono nel linguaggio che da qualche anno ormai sembra essere diventato più efficace di qualsiasi cronaca scritta o filmata: il fumetto. Il libro, accompagnato da un saggio di Cristiano Armati sulle vittime dell’Ordine Pubblico in Italia, ripercorre quei sei giorni dalla notte dell’arresto alla morte di Stefano Cucchi. E lo fa in modo letterario, poetico a tratti più che cronachistico anche se spesso le parti più dure non sono purtroppo frutto di fantasia ma le più aderenti ai fatti.
Quella di Stefano è una storia che riguarda tutti noi ed è la storia di tanti. Ma, a differenza di tanti, Stefano aveva una famiglia, una sorella coraggiosa, dei genitori che non si sono arresi e che sono riusciti a sfondare il muro dell’indifferenza. E c’erano e ci sono delle foto. Soprattutto delle foto. Che erano e sono qualcosa di più di un semplice pugno allo stomaco. Che riescono quasi a far impallidire le immagini delle torture di Abu Ghraib e come quelle ci interrogano su quale sia la dimensione dell’orrore di cui sono capaci il Potere, l’Autorità, l’Ordine e i suoi servitori. Che riescono a non far girare per l’ennesima volta la testa perfino a una società anestetizzata e assuefatta a forza di orrori serviti nei tg all’ora di pranzo tra le notizie di gossip, calcio e moda. Chissà, se non ci fossero state quelle foto e quella famiglia che non si è arresa e che ne ha consentito la pubblicazione se oggi, a quasi sei mesi dai fatti, parleremo ancora di Stefano Cucchi. Chissà, se la famiglia di Stefano avesse sbagliato qualche mossa nel chiedere la verità a uno Stato che gli ha ammazzato il figlio - una verità che ancora manca - se ci sarebbe traccia di quell’imbarazzo che ha messo a tacere quasi tutti per una volta.
Quasi tutti. Perché non si possono e non si vogliono scordare le disonorevoli parole dell’onorevole Carlo Giovanardi a commento della vicenda: Stefano Cucchi è morto perché anoressico, drogato e sieropostivo. Le sue tardive scuse alla famiglia suonarono quasi più irritanti delle parole pronunciate.

(Sandro Podda da www.liberazione.it)



Giovedì sera presentazione del libro al Bitte, a seguire concerti di Arturo Fiesta Soul e Fabrizio Coppola.

 

giovedì 14 maggio 2009

la stupidità

 

 
Mentre il nostro governo approva il "pacchetto sicurezza", ecco un brano, sulla paura dell'altro, del diverso da noi..una denuncia schietta nei confronti della società in cui viviamo. Come scrive la rivista LostHightways: "Onore a questo rock che vede e non volta le spalle."
Buon ascolto.