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venerdì 25 dicembre 2009

mi manchi e basta, in un modo molto semplice disperato e umano





A Virginia Woolf

Milano [impostata a Firenze]
Giovedì 21 [gennaio]



Sono ridotta ad una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto.
Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi; ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E’ incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così – ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente.
Non hai idea di quanto possa essere scostante , con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita. Comunque, non ti tedierò oltre. Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni – che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, - ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina.
Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.

V.

 

mercoledì 23 settembre 2009

dalla potenza all'atto


«Ma disegnare con la fantasia, lontano dalla tela, era tutt'altra cosa che prendere in mano il pennello e tracciare il primo segno. In preda all'agitazione per la presenza di Ramsay, aveva impugnato il pennello sbagliato, e il cavalletto - piantato per terra con tanto nervosismo - era tutto storto. E ora che l'aveva raddrizzato e aveva così eliminato distrazioni irrilevanti e marginali, che le ricordavano chi era, con chi aveva rapporti, alzò la mano, sollevò il pennello. Per un attimo esso rimase sospeso in aria, tremante, in un'estasi dolorosa ma stimolante. Da dove cominciare? - era questo il problema: in che punto tracciare il primo segno? Tracciare una linea sulla tela significava impegnarsi a correre rischi innumerevoli, a prendere decisioni frequenti e innumerevoli. Quel ch'era parso così semplice in teoria divenne subito complesso in pratica; così come le onde appaiono di forma simmetrica dalla sommità degli scogli, ma divise da profondi vortici e da creste schiumose al nuotatore che vi sta in mezzo. Eppure, era necessario correre quel rischio: tracciare quel segno.»

(Virginia Woolf, To the lighthouse)
 

 
Una volta una mia amica o pseudo tale disse che ciò che non è vissuto in realtà non esiste..lo so che forse non è la prima volta che faccio questo discorso...è che non riesco mai a trovare una posizione chiara al riguardo..Cioè..in questo modo si rischia di annullare secoli e secoli di pensiero filosofico...e quindi il pensiero esiste? E se non è vissuto che senso ha?
Ma senza addentrarci in una discussione che sarebbe oltremodo ostica, credo che l'esempio di cui parla Virginia abbia a che fare più che altro con la realizzazione..con la trasformazione del pensiero in atto concreto..che è doveroso per metterci alla prova..perchè l'atto è sempre qualcosa di diverso da come l'avevi pensato, immaginato...
Ecco..un consiglio che do a me stessa e che cercherò di applicare il più possibile...

 

venerdì 12 giugno 2009

Abusi



Virginia Woolf da bambina fu abusata sessualmente. Lo raccontò alla famiglia, lo scrisse nelle sue lettere, nei suoi diari e nella sue memorie, e sua sorella, pure lei abusata, lo confermò. E' discutibile se tali esperienze infantili abbiano avuto una qualche relazione coi disturbi successivi, ma sicuramente hanno avuto innegabili effetti sulla sua sessualità adulta, sulla sua costituzione psicologica e sulla sua scrittura.
I dettagli dell'abuso sono difficili da definire. Essi coinvolsero, a più riprese, i suoi fratellastri, George e Gerald Duckworth.
Cinquanta anni dopo, il ricordo era ancora fresco quando scriveva a Ethel Smyth nel gennaio 1941: <<... è come rompere l'imene... Ancora rabbrividisco dalla vergogna al ricordo del mio fratellastro, in piedi poggiato a me su una sporgenza, all'età di circa sei anni, che mi esplorava le parti intime. Perché avrei dovuto provare vergogna allora?>>.
Ma il più malvagio fu l'altro fratello George, più grande di lei di quattordici anni; "il mio fratello incestuoso" lo chiamò Virginia in una lettera del 1936. Ciò non va preso alla lettera; ella era portata ad esagerare nelle conversazioni e nelle lettere con la famiglia. De Salvo, autore di un libro sull'impatto dell'abuso sessuale sulla sua vita e sulla sua opera, afferma che tutte le sorelle - Virginia, Laura, Stella, Vanessa e Stella - furono oggetto di "incesto". Che ciò fosse conoscenza diffusa nella famiglia è implicito nel commento di Virginia a sua sorella in una lettera del maggio 1934, dopo aver appreso della morte di George Duckworth:<< Leonard dice che Laura è l'unica che è stata risparmiata>>. De Salvo afferma che George abusò sessualmente di Virginia nell'arco di nove o dieci anni fino al 1903 o al 1904 - per tutta la sua adolescenza, dai dodici ai ventuno anni.




Il primo riferimento a questi eventi è in una lettera tipicamente "sfacciata"* a sua sorella Vanessa nel 1911, che descriveva il modo in cui (Virginia) parlava di George all'insegnante di greco Janet Case.
<< Ciò portò alla rivelazione delle malefatte di George. Con mia sorpresa lei (Janet Case) ha sempre avuto un'intensa antipatia per lui; ed era solita dire "Uh, tu creatura cattiva" quando egli entrava e cominciava a coccolarmi durante la mia lezione di greco. Quando io arrivavo a scene che si svolgevano in camera da letto, ella abbassava il merletto del suo vestito, e guardava con l'aria di un benevolo sempliciotto. All'ora di andare a letto ella sembrava sentirsi male, ed andava alla toilette che, inutile a dirsi, non aveva acqua >>.
Suo nipote Quentin Bell non eliminò tali eventi dalla biografia che egli scrisse. Egli ebbe conferme da suo marito e dal dottor Noel Richards, e collocò le malefatte di George a partire dalla morte della madre di Virginia, nel 1895, quando Virginia aveva tredici anni. La stessa Virginia, più tardi, descrisse che tali attività, qualsiasi fosse la loro esatta natura, continuavano nel 1903 o nel 1904, quando aveva ventuno anni. Inoltre disse che George aveva rovinato la sua vita prima che fosse cominciata, e che lei non aveva tratto alcun piacere dal proprio corpo. Inoltre ella attribuì questi problemi non solo ai due fratellastri ma anche a suo padre, il quale << ebbe troppe richieste emotive su di me, cosa che penso sia stata responsabile di molte delle cose sbagliate della mia vita... Non ricordo mai alcun piacere proveniente dal mio corpo >>.
Dopo la morte della madre, George consolò le sorelle, dedicò molto tempo a loro e fu in genere considerato a loro affezionato. Egli le coccolava, in pubblico ed in stanza da letto. Vanessa e Virginia furono spietate nei loro commenti su di lui per tutto il resto della sua vita. Egli dominò le loro vite per anni. << George aveva trentasei anni quando io ne avevo venti. Ed egli aveva mille sterline all'anno quando io ne avevo cinquanta. Erano queste delle buone ragioni perché fosse difficile non sottostare a qualsiasi cosa egli decidesse >>(Moments of Being).
All'epoca dello scompenso di Virginia dopo la morte del padre, Vanessa era abbastanza preoccupata da riferire le attività di George allo specialista che aveva in cura sua sorella, il dottor Savage, il quale prese tali confessioni con tale serietà da decidere di parlarne a George.
La sua sessualità ne fu condizionata per il resto della vita come si può ricostruire durante l'epoca del fidanzamento e durante il matrimonio. Quando Virginia scrisse di accettare la proposta di matrimonio il giorno 1.5.12, ella dichiarò senza mezzi termini a Leonard di non provare nulla per lui a livello sessuale. <<...è il lato sessuale che sopraggiunge tra noi due? Come ti dissi brutalmente l'altro giorno, non provo alcuna attrazione fisica per te. Ci sono momenti - quando mi hai baciata l'altro giorno era uno di questi - in cui mi sento nulla di più che una pietra. E ancora il tuo prenderti cura di me, come fai, mi fa sentire (emotivamente) sopraffatta...>>
Nel corso del viaggio di nozze scrisse a Ka Cox, evidenziando come non fosse attirata dalle attività sessuali, e, al loro ritorno, la coppia ne parlò con Vanessa che immediatamente riferì ciò in una lettera in cui si menzionava la "freddezza del dio Pan". << Apparentemente ella ancora non trae del tutto piacere dall'atto (sessuale), cosa che ritengo singolare >>. A quel tempo Vanessa biasimava George Duckworth, ma l'abuso sessuale da parte dello stesso autore non aveva avuto alcun effetto sulla sua (di Vanessa) vita sessuale.
Nonostante la mancanza di "reattività"* sessuale, la "neo"* signora Woolf desiderava avere dei bambini. Nell'ottobre 1912 ringraziò Violet Dickinson per averle inviato una culla -<< Il mio piccolo dormirà nella culla >>.
Nigel Nicolson, presentando le lettere di questo periodo, dice confidenzialmente che "il loro amore non era all'inizio povero di sesso. Per due o tre anni condivisero un letto (matrimoniale), e per altri ancora una camera da letto, e fu solo in seguito ad un consiglio medico che decisero di non avere figli".




Nonostante le loro difficoltà sessuali il matrimonio fu felice, come più volte evidenziato sia nel corso degli anni - sia nelle righe che Virginia scrisse poco prima di mettere fine alla sua vita. Si chiamavano tra di loro con vezzeggiativi ed usavano un loro linguaggio privato. Virginia era la sua scimmietta bruttina, la "mandrilla"*, e lui era il patetico servo sciocco. Quando lei si ammalò, egli divenne il "Padrone"* ed il partner dominante.
I suoi vissuti sessuali avrebbero reso il suo comportamento più comprensibile agli occhi di Freud. Sebbene la sua casa editrice fu la prima a pubblicare Freud in inglese, e suo fratello minore Adrian Stephen e sua moglie Karen furono tra i primi psicoanalisti inglesi, Virginia fu profondamente scettica rispetto all'opera di Freud per la maggior parte della sua vita.
Nell'ottobre 1924, menziona in una lettera che <>.
Analogamente anche un suo articolo del 1920 - "Freud Fiction"* - mostra il suo atteggiamento burlesco nei confronti della psicoanalisi.
<>. Un freudiano sarebbe incuriosito dal banale esempio che Virginia fa, ed evidenzierebbe che lei stessa udì gli uccelli cantare in greco quando ebbe un episodio psicotico in adolescenza.
Col passare degli anni divenne meno ostile (verso la psicoanalisi). Incontrava psicoanalisti come John Rickman a pranzo per il tramite di suo fratello e di sua cognata, e provava piacere nelle discussioni su argomenti psicoanalitici. In "Three Guineas"*, scritto nel 1937, Virginia usa dei termini freudiani. Nel 1939 e nel 1940, quando scriveva su suo padre, cominciò a leggere Freud, e scoprì con sorpresa che la sua relazione ambivalente col padre non fosse una novità per lui. Incontrò quel grande uomo nel 1939, otto mesi prima della morte. Freud invitò lei e Leonard ad un té pomeridiano nella sua casa di Hampstead, era molto cortese, e si presentò a Virginia con un narciso, si spera con nessun sottinteso simbolico.
Nella sua vita Virginia Woolf ebbe diverse intense amicizie con donne, in genere più anziane di lei. Alcune (di queste amicizie), come quella con Vita Sackville West, una lesbica, ebbero carattere omosessuale, ma è improbabile che queste relazioni avessero alcunché di "carnale"*, sebbene Vita dichiarasse di essere andata due volte a letto con Virginia. Nel 1926 (Vita) scrisse al marito Harold Nicolson:<<...Sono spaventata a morte dell'aumentare delle sensazioni fisiche in lei (in Virginia), a causa della sua follia. Non so quale effetto potrebbe avere; è come un fuoco col quale non ho alcuna voglia di giocare. Ho troppo affetto e rispetto per lei. Anche lei non ha mai vissuto con nessuno se non con Leonard, cosa che è stato un terribile fallimento, ed è stata abbandonata presto >>.
Per la sua generazione, Virginia fu - a parole almeno - disinibita ed "emancipata" nelle cose sessuali. Andava a nuotare nuda con Rupert Brooke, dattilografava argomenti osceni per Lytton Strachey, e scriveva alla sorella sulle polluzioni notturne di Leonard senza imbarazzo. Eppure scrisse più tardi a Ethel Smyth, l'ultima amica intima:<<...ma sono stata sempre sessualmente timida, il mio terrore della vita reale mi ha sempre tenuta in un convento>>.
Tre sono le aree della sua vita ed esperienza che ci paiono rilevanti per la sua sessualità: le sue esperienze sessuali infantili, la sua patologia maniaco-depressiva, e la sua personalità. E' probabile che, nella pratica, fosse sessualmente frigida, ma emancipata nella teoria, e nella vita intellettuale. Alle volte quando era esaltata, in maniera più o meno evidente probabilmente era più disinibita nella conversazione, ma la patologia non sembra aver aumentato le sue pulsioni sessuali in termini di attività sessuale. Coloro che accentuano l'importanza dell'abuso sessuale infantile lo fanno giustificatamente in questa area della sessualità adulta, la quale è stata certamente sconvolta dalle sventure infantili, anche se le stesse esperienze sembrano aver avuto degli effetti di gran lunga minori in sua sorella Vanessa.

lunedì 13 ottobre 2008

Un RiFLeSSO DeLL'ALtRO 1921-1931



Questa è l'ultimo volume di lettere che mi manca..ovviamente non disponibile..ma se qualcuno sa dove trovarlo potrebbe dirmelo???? please...

sabato 11 ottobre 2008

Per le mie amiche che hanno certe amiche...

 

 
Come direbbe Virginia: "Queste saffiste amano le donne: la loro amicizia non è mai priva di una traccia di sensualità"
 
 

 
..e come aggiungerebbe Alice Pieszecki:
"Ricordati sempre che le lesbiche considerano l'amicizia come i preliminari..."

 

giovedì 2 ottobre 2008

CReATiViTà e MaLATTiA MeNTALe

C'è stato sempre un interesse aneddotico per la coesistenza tra 'grandi spiriti e follia', e per gli aspetti di familiarità sia della genialità sia della malattia mentale, ma è solo in anni recenti che sono stati condotti studi sistematici su gruppi di artisti particolarmente dotati, specie scrittori. Essi sono significativi per il nostro argomento.

Riassumendo, tali studi mostrano che tali gruppi presentano un'incidenza molto alta di psicosi maniaco-depressiva, specie di disturbo bipolare. La schizofrenia è completamente assente. Nelle famiglie di questi individui particolarmente dotati i parenti presentano una frequenza alta di tratti di creatività, ed alta incidenza di disturbi dell'umore. Questi tassi di incidenza sono più elevati nei figli ma sono anche significativi nei genitori degli individui creativi.

Il più suggestivo di questi studi è quello di Andreasen (1987), che per 15 anni studiò i membri della facoltà universitaria iscritti al 'workshop' di scrittura creativa all'Università dello Iowa. Tutti erano scrittori distinti, alcuni erano nomi di pubblico dominio. Lo studio esaminò 30 scrittori creativi, 30 controlli, confrontati per intelligenza e classe sociale, nonché i parenti di primo grado di entrambi i gruppi.

Gli scrittori avevano una frequenza significativamente elevata di disturbi mentali, in prevalenza affettivi, con una tendenza ad avere attacchi di tipo bipolare. C'era inoltre una più alta prevalenza di disturbi affettivi e di creatività nei parenti di primo grado degli scrittori (rispetto ai controlli), suggerendo ciò che questi tratti si muovono insieme in queste famiglie e che essi possono essere correlati tra di loro geneticamente. Sia gli scrittori che i controlli avevano QI superiori alla media, anche se gli scrittori mostravano migliori 'performances' nei subtests del vocabolario (alla WAIS), confermando ciò precedenti osservazioni circa il fatto che l'intelligenza e la creatività sono abilità mentali tra loro indipendenti.

I dati statistici dettagliati sono risultati fortemente significativi. Se viene considerato ogni tipo di disturbo dell'umore, lo 80% egli scrittori aveva sofferto di un attacco in qualche periodo della loro vita, in confronto col 30% dei controlli. Il 13% aveva avuto degli attacchi di gravità moderata sia di mania che di depressione, il 30% ne aveva avuti di gravità elevata ('gravità moderata' significa che avevano richiesto un qualche tipo di trattamento farmacologico, 'gravità elevata' indica che avevano richiesto il ricovero in ospedale). I rispettivi valori per i controlli erano dello 0% e del 10%. Nessuno del gruppo aveva sofferto di schizofrenia. Degli scrittori il 37% aveva avuto depressione maggiore (17% nei controlli), il 30% alcoolismo (7% nei controlli), ed il 7% abuso di sostanze (uguale percentuale nei controlli).

Dei parenti Andreasen scrive:<>. La creatività risultò di gran lunga più estesa di quella specificamente letteraria, includendo elevate capacità nell'arte, musica, danza, e matematica, suggerendo ciò l'esistenza di un fattore legato alla familiarità piuttosto che all'influenza di fattori sociali.

La studiosa trovò che la maggior parte degli scrittori scrivevano quando il loro umore era normale, e non quando era esaltato o depresso.

Varie critiche sono state mosse a questo lavoro, specificamente è stato contestato il fatto che queste correlazioni, osservate nel campo della scrittura creativa, non necessariamente valgono per la creatività in generale, essendo la categoria degli scrittori alquanto indefinita e confusa. Andreasen rispose alle critiche dicendo che gli scrittori hanno uno stile cognitivo in grado verosimilmente di generare sempre nuovi eventi nella loro vita - essi sono curiosi, capaci di assumersi dei rischi, avventurosi, e rifiutano di vedere il mondo in modo convenzionale. Tale stile può manifestarsi già nelle loro famiglie e renderli creativi.

Altri studi comprendono quello di Kay Jamison su 47 importanti scrittori ed artisti britannici. Di questi lo 87% erano maschi, la loro età media era di 53 anni. Il 38% era stato trattato per disturbi affettivi. Gli scrittori avevano la più alta frequenza di problemi psichiatrici, con i poeti in testa alla classifica. La metà dei poeti avevano avuto trattamenti per depressione, come i due terzi dei drammaturghi. Il 20% dei biografi ed il 13% dei pittori erano stati trattati per depressione, per lo più con psicoterapia, suggerendo ciò sintomi più lievi.

Dell'intero gruppo, un terzo dei 47 soggetti aveva gravi oscillazioni dell'umore. Il 17% dei poeti era stato trattato per mania. I biografi riportarono nessuna oscillazione patologica dell'umore.

Tali studi mancano di gruppi di controllo, per ovvie ragioni- gli artisti di genio sono rari. Si sono fatti tentativi per ovviare a tale problema studiando le biografie, e confrontando gli individui creativi nelle arti con quelli che avevano avuto successo negli affari, nelle scienze ed in altri campi della vita pubblica.

Arnold M. Ludwig ha pubblicato un esteso repertorio biografico di 1005 famosi artisti, scrittori ed altri professionisti del '900. Egli trovò che gli artisti e gli scrittori avevano una frequenza di psicosi, tentativi di suicidio, disturbi dell'umore ed abuso di alcool e droghe due o tre volte maggiore di quella dei personaggi di successo negli affari, nelle scienze e nella vita pubblica. Trovò che i poeti del campione avevano avuto più spesso episodi maniacali ed erano stati ospedalizzati, ed avevano i più alti tassi di suicidio.

tutto ciò si adatta bene al caso di Virginia Woolf - e dei suoi parenti. Ella discendeva da una lunga schiera di scrittori, alcuni di talento come suo padre. Ma egli era anche un eccezionale pioniere dell'alpinismo, sua sorella Vanessa era una pittrice di talento, ed uno dei fratelli uno dei primi psicoanalisti.

Virginia Woolf aveva un disturbo affettivo, e c'era una lunga storia familiare in tal senso sia dal lato materno che paterno. La relazione non chiara tra i suoi attacchi ed i periodi creativi è stata già sospettata, e diventava completamente improduttiva in termini di scrittura quando era ammalata, sebbene fosse convinta che le idee per la maggior parte dei libri, talora scritti anni dopo, le venissero durante prolungati episodi maniacali. Si potrebbe arguire che i suoi grandi anni di produttività facessero seguito ai più seri e pericolosi 'breakdowns' dal 1912 al 1915.

La qualità mistica di certi suoi scritti ed alcuni dei suoi sintomi meno tipici hanno a volte portato al sospetto che fosse affetta da schizofrenia. La schizofrenia è tipicamente una malattia cronica, che intacca il pensiero, l'originalità e l'iniziativa. Il fatto che sia così rara in autori che esercitano la loro professione, conferma la diagnosi di distrurbo affettivo in Virginia Woolf.

Copyright - FRENIS ZERO All right reserved 2004

in ricordo di Virginia


Un libro a caso tra questi per alleggerirmi un po'.. qualche pettegolezzo..rapporti familiari..cucina e politica.. Il mondo di questa donna è ancora oggi motivo di curiosità per molti..Qualche anno fa mi dissero che una laureanda giapponese avesse scritto una tesi su come Virginia Woolf avrebbe potuto salvarsi dal suicidio tramite la psicanalisi.. Peccato che lei non aveva mai creduto nella psicanalisi..
Nonostante ciò (e questa fu per me domanda all'esame di psicologia dinamica) Freud pubblicò i suoi scritti a Londra grazie alla Hogarth Press di Leonard e Virginia..


“Carissimo, sento proprio che sto per impazzire di nuovo. So che non possiamo assolutamente affrontare di nuovo quei momenti terribili. E questa volta non guarirò. Comincio a sentire delle voci e non riesco a concentrarmi. Così mi sono decisa a fare ciò che sembra la cosa migliore. Tu mi hai dato la più grande possibile felicità …non penso che due persone possano essere state più felici di noi fino al sopraggiungere di questa terribile malattia. Non ce la faccio più a lottare. So che adesso sto rovinando la tua vita e che senza di me riusciresti a lavorare. …voglio dirti, tutti lo sanno, che se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se ne è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Io non posso proprio continuare a rovinarti la vita.”